The Land of Smiles: avventure thailandesi

August 25, 2018

Buongiorno Thailandia, buongiorno Satun. Buongiorno alle mosche che mi stanno solleticando tutte le gambe. Buongiorno caldo infernale, buongiorno a Lina che sta ancora dormendo, buongiorno con questo caffè solubile a stomaco vuoto che sa di crociera in barca a vela.

Sono seduta scomodamente in una capannina in bambù con panche e tavolo annessi, molto intima e confortevole. Ho scelto l’unica libera, l’unica panoramica che mi permette di osservare il trantran tailandese mattutino della guesthouse. Sono le 8:44 e intorno a me sono tutti indaffarati. Dai fornelli prendono il volo profumi di cibo esotici e alieni al mio naso. Una giovane donna con indosso un morbido sarong viola è intenta a tagliare citronella, l’altra sta spadellando noodles. Gli uomini se ne stanno seduti a scambiarsi frasi brevi e qualche ragazzino corre qua e là. Se alzassi lo sguardo dal pc anche solo per un momento, potrei dire con certezza che mi stanno fissando per darmi il benvenuto to the Land of Smiles.

ยินดีต้อนรับ

Iersera al night market di Satun ho assaggiato il primo Pad Thai delle mie avventure thailandesi, per miseri 40 baht. Preparato davanti al mio naso da un ragazzo bell’e in carne a cui non avrei dato più di 16 anni, che ha lavato il wok con una grattata vigorosa di mestolo e due bicchieri di acqua calda che sono andati a finire in un secchio lì accanto. Siamo in Asia, gente, e io vibro di piacere quando vedo queste cose. Mi sto tuttora domandando se quello che ho visto versare sulla fine fosse zucchero o cosa, e sono piuttosto sicura che fosse zucchero. Comunque, delizioso. Era pure quasi al dente, cosa che per un’italiana è inaspettatamente apprezzato. Abbiamo ordinato un limau ais, pensando di essere ancora in Malesia, forse. La donna ci ha messo nelle mani due bicchieroni di plastica con tanto di coperchio in plastica, cannuccia in plastica e manici take-away in plastica, di roba tipo granita al limone. Aggiudicato. 70% di ghiaccio, 20% di zucchero, il resto non so ma forse anche del limone, o lime. Con meno di 100 baht la cena è fatta.

Per quanto riguarda la colazione, invece, almeno un 40 % di contenuto di zucchero solo nel milk coffee che ho bevuto. Non si capisce se paghi per la bevanda in sé o per lo zucchero. Vomitevole, ma in modo adorabile per lo sforzo della ragazza di capirci e di farsi capire. Dopo il caffè siamo finite in un posto serio da colazione, abbiamo ben studiato il cibo che avevano da offrire mentre le due donne studiavano attentamente le nostre gambe bianche scoperte, con ammirazione e invidia. Ci sediamo e ci approccia un coetaneo thai che fa finta di sapere il franscese: bonjour. Mentre cerco di capire cos’è quel liquido arancione che sta bevendo il vecchio nel tavolo accanto, comunicando a gesti e sorrisi con la tizia che mi fissa le gambe e con scarsissimo successo, il ragazzo si offre di aiutarci per fare una scheda SIM. Finita la colazione e la prima lezione di thai, saliamo sulla sua moto e, rigorosamente senza casco, andiamo al 7/11, dove scopriamo che non vendono schede SIM.

E così, siamo ancora in un centro commerciale. Lo sai perché vedi la miriade di negozi e luci intorno a te, ma sapresti dirlo anche a occhi chiusi a causa del gelo mostruoso dell’aria condizionata. Il ragazzo ci molla lì così, lontane da casa e lontane dalla guesthouse, senza internet, senza trasporti, senza maglione. Ci indica un furgoncino per il ritorno e se ne va senza tanti sorrisi. A mai più, John.

Lina sparisce con una tizia per farsi la SIM. Resto sola coi telefoni e cerco di accaparrarmi la super promozione per il nuovissimo Vivo V9, ma mi dicono di aspettare e mi invitano a sedermi. Tutto questo senza troppe parole, più a gesti che altro. Mi ritrovo seduta su uno sgabello con le mani in mano, perché un telefono non ce l’ho ancora ed è così che la gente impiega il tempo se deve aspettare. Osservo il personale, immerso nel tipico cazzeggio domenicale che si può osservare in ogni angolo di mondo, e scrivo. E il tempo passa.

Ho perso Lina. Forse l’hanno rapita, per poi spellarla della sua candida e luminosa epidermide occidentale e venderla al mercato nero. Forse semplicemente ci vuole un po’ per attivare la scheda SIM. A giudicare da quanto ho visto finora, non sarà facile comunicare in inglese. E intanto io sembro una bambina bianca e capricciosa in castigo in un negozio di telefoni.

Cosa volete dalla nostra pelle?

Lasciateci in pace, per l’amor di Dio. Per l’amor di chi? Dio è morto. Credete che sia un piacere per noi spalmarci di oleosa crema, bloccando tutti i pori, sudando come maiali, per evitare di farci abbrustolire e poi diventare dei dannatissimi pellerossa alla minima esposizione solare?

Perché non insegnano ad accettarci? Perché abbiamo disimparato? Nel mondo animale vige l’accettazione. Che tu sia zoppo, guercio, o semplicemente B R U T T O, non esistono specchi, non vengono generati continuamente standard di bellezza irriproducibili. 6 e basta. Sei e basta.

Poi Lina riappare, e dopo minuti od ore di Google Translate e pseudo-negoziazioni si sente il rombo dei monsoni che chiedono attenzioni, parte il diluvio universale e scopriamo che non accettano pagamenti Mastercard. Mi viene da piangere. Le visite ai centri commerciali dovrebbero essere più fruttuose, specialmente se ci passi più di due ore e sei costretto a comunicare con Google Translate, che lascia sempre spazio a un sacco di incomprensioni e stranezze. Ce ne andiamo, e mi sento pure sollevata di poter dilazionare il momento in cui dovrò spendere tutti quei soldi per comprare un dannatissimo cellulare. Nel frattempo fuori piovono gatti e cani e la visibilità è addirittura ridotta. Eccoti i monsoni. Usciamo, finalmente, e becchiamo un tuk-tuk che ci vuole fare un prezzo da turisti, ma no, non ci freghi. O meglio: sì, ci freghi, ma non quanto pensi.

Addio Satun!

Il mio secondo giorno nella Land of Smiles: così va bene?

Arriviamo a Trang, che è piacevolmente brulla di bianchi. In realtà io non ne ho mai avvistato nessuno, in due giorni, ma Lina dice di aver visto una famigliola. Arriviamo in hotel, in pieno centro città, un posto stranissimo e deserto con un receptionist che pare non spiaccichi una parola d’inglese, ma che compensa col suo sorriso. La nostra stanza è al primo piano, ha il soffitto alto come piace a me, i muri rosa come mi piace un po’ meno, e un box doccia futuristico che non centra nulla piazzato su un angolo della stanza. Quando ho chiesto dove andare a mangiare al tizio in reception, lui mi ha guardata impassibile, quasi immobile, e si è immerso in una lunga riflessione, cercando di non incrociare il mio sguardo. Dopo qualche secondo di silenzio che sembrava non dover finire, ha accennato qualcosa a proposito del night market, sempre dritti sulla sinistra.

Decidiamo così di andare a pesca di sorrisi per le strade. Fa un caldo infame, e mi maledico per aver indossato i pantaloni lunghi, memore degli sguardi insistenti sentiti sulle mie gambe di mattina. Ecco un sorrisone da parte di un vecchio thai seduto a bordo strada a non fare nulla, eccone un altro da parte di una bellissima giovane a passeggio, ed ecco che dei bambini in bici ci gridano:

Helloooo

Ci addentriamo nel secondo night market del secondo giorno nella nostra seconda città in Thailandia. C’è vita, ci sono profumi e colori e sorrisi. Ci fermiamo a una bancarella, attratte da alcuni carinissimi dolcetti verdi a forma di fiore. La donna ci sfoggia il suo grande sorriso thai e ci invita ad assaggiarli. Si chiamano kanom krok singapore e sono dei mini-pancake con latte di cocco, deliziosi. Venduti! La donna ci chiede una foto e noi rilanciamo con un selfie. Ciao, grazie. Poi, un po’ spaesate dalla vasta scelta e dalla vastità della nostra ignoranza in fatto di cibo thai, compriamo del semplice chicken rice e prendiamo posto in uno dei tipici tavolini di frutta che si trovano solo in Asia e che in Europa ti immagineresti di vedere, al massimo, in un parco divertimenti. Sulla fine, quando ormai il piccante ci ha aumentato la temperatura corporea di almeno due gradi, arriva un cane randagio con gli occhi dolcissimi, visibilmente affamato. Ci guarda in silenzio, un po’ noi, un po’ il riso sul tavolo. Ma sappiamo la regola: in Tailandia non si dà da mangiare ai cani randagi, la gente non apprezzerebbe. Prima di andarcene, comunque, non possiamo fare a meno di lasciare l’involucro con gli ossi avanzati aperto e in bella vista sul cestino. Sfogliando sorrisi, ci incamminiamo per rientrare in hotel. Buonanotte, Land of smiles.

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