Ore 18. Sto pedalando dalle X. Sono appena partito e sento ancora quella specie di fuoco dentro che senti quando ti imbarchi in un’avventura nuova e sconosciuta, che anche se un itinerario ce l’hai, non sai esattamente dove ti porterà il viaggio. Penso che forse un caffè ci starebbe, e scelgo un bar senza pretese a bordo strada. Mollo la bici e mi fiondo dentro per un caffè rapido. Solo un caffè, per poi ripartire. Tutti i Micheli come me sanno che un caffè al momento giusto è una tattica imbattibile quando hai già macinato chilometri e vuoi ricominciare a pedalare come un dannato.
Il posto è un posto così, una locanda un po’ del menga a essere onesti. Sa un po’ di stantio, ha un arrendamento a dir poco trascurato e i classici banconi in marmo gelato che ti aspetti in quei posti in cui la gente è fatta esattamente della stessa pasta (o marmo), e i sorrisi son difficili da rubare. Insomma, l’idea è quella di bermi un caffè al volo, solo uno proprio, perché sono appena partito dopotutto e ne ho ancora tanta di strada da fare oggi. Appoggio i miei gomiti testardi sul bancone in marmo facendo “s-ciafff” con la mano come spesso mi diverto a fare, e mi si para subito davanti una giovane con il classico outfit che hanno le bariste nell’anno duemilaeventunolo.
Qualcosa mi si muove nei pantaloni, non tanto, ma il giusto da darmi un non so che (ma forse sotto sotto lo so benissimo) di piacevole elettricità che mi fa ringraziare il fatto di avere indosso i migliori pantaloncini da ciclismo top top top di gamma che restringono palle e tutto bloccando sul nascere ogni parvenza di istinto molesto.
- Ciao, - le dico. Avrà trent’anni o giù di lì, mora, molto mora, quasi bionda da quant’è mora, tenuta bene, con due bei gommoni naturali di un bel rosa intenso con cui risponde nientepopodimeno che:
- Ciao.
- Un caffè, per favore, - le dico, guardandomela meglio. Mi ricorda qualcuno.
- Liscio? - Rispondono i gommoni. Come i tuoi capelli, penso.
- Sì, grazie. - Le dico con un mezzo sorriso, e con una magnifica piroetta si gira a centottanta verso la macchina del caffè che ha alle spalle e comincia a trafficare col manico. L’ho già vista. Mi sembra strano, visto che sono in un posto dimenticato da Dio e non solo, ma ho proprio l’impressione di conoscere quei lineamenti.
Nel frattempo lei ha finito di trafficare, si gira con un movimento a metà fra il brusco e il grazioso, e mi porge il tipico caffè che trovi in tutti i bar semi-scrausi di questo dannatissimo e magnifico paese. Tazzina bianca alla mano, colgo l’occasione per scannerizzarla ancora una volta, prendo coraggio e le dico:
- Ma tu per caso hai frequentato il liceo Fiocchi a Glassano del Brappa circa 15 anni fa?
Mi guarda. La guardo. Ci guardiamo. Aggrotta un po’ la fronte, allunga il collo verso di me e poi:
- Ma sei Michele Marziani?! Non ci credo! Cosa ci fai vestito così?
Improvvisamente mi ricordo dei pantaloncini da bici che mi tengono tutto al suo posto lì sotto e sono lì lì per rispondere “Che cazzo ci fai TU vestita così”, ma in realtà le dico:
- Eh, sto facendo un giro in bici fra le Alpi Micheliane, sono partito oggi, pensavo di passare per di qua, per di là, per questo e quel paese e attraversare questo e quest’altro ponte per poi percorrere tutta la Strada Provinciale millenovedue, farmi il passo Menghen e infine visitare la tua grotta.
No, dai, in realtà le spiego un po’ che cazzo sto facendo, elencando meticolosamente i nomi dei paesi e i mezzi di sostentamento che ho in mente di sfruttare, i posti in cui dormirò, i giorni di viaggio e tutte le solite stronzate che dici in questi casi. Fatto sta che la Chiara Garanzin, la mia compagna di scuola del liceo, sta qui davanti a me, e quindi non ho avuto le traveggole. Me la ricordo bene la Chiara, non era male come tipa, io invece sicuramente lo ero, ora però è come se ci fosse una chance irripetibile per prendere carta e penna e riscrivere la nostra storia. Insomma la Chiara mi sta davanti, non la vedevo da che ero un pischello (lo sono ancora?), ci separa solo un bancone in marmo e mi ha servito un caffè. Dopo un sacco di parole, perché tendo a dilungarmi in questi casi, non lo faccio apposta, davvero è più forte di me. O almeno, dico che è più forte di me ma non credo che sia esattamente così, penso che un po’ di margine d’azione ci sia sempre, comunque, parlo e parlo e parlo finché non arrivo alla fine della dannatissima frase e metto un bel punto fermo, così:
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- Che figata, - mi fa, - posso seguirti?
Tutto si ferma: lei, il tempo, il macinino del caffè, la mia mano mentre posa la tazzina bianca sull’immancabile piattino bianco. Tutto immobile, marmoreo, pietrificato, tranne il mio sangue, quello lo sento infiammarmi tutta l’epidermide mentre giù in basso mi bussano e mi dicono: “Oh, dai! Dille di sì! Dai, dai! Per favoo🤤oore”. Ecco che quel qualcosa di prima ricomincia a muoversi in preda alle pulsioni e la mia fantasia mi prende per mano, per l’orecchio o per il cazzo e mi porta nei luoghi più bucolici e reconditi, fra cascate cristalline e bagni al naturale, cene intorno al fuoco e le mie mani sui suoi capelli mori e lisci mentre le afferro la testa, e infine mi fa entrare nella mia Quechua da una persona, e penso che per starci le soluzioni sono due, e cioè o lei sta sotto o lei sta sopra, e che in altri modi non si può fare perché manca proprio lo spazio, c’è poco da fare.
La guardo, immaginandomi avventure incredibili con lei, la mia vecchia compagna di scuola non-male che non vedo da 15 anni. Me la immagino correre a casa a cambiarsi in quattro e quattr’otto per seguirmi in quest’impresa folle e bellissima, pronta a mollare il bar, la vita e tutto il resto per venire con me alla scoperta di passi, fiumi, monti e nascondigli preziosi. Me la immagino tornare al mio cospetto in tenuta da bici e immagino le mie mani su di lei mentre gliela tolgo, quella tenuta da bici, e ci infiliamo in tenda e blablabla, e dopo un’eternità di questi pensieri le dico, ostentando un’incredibile nonchalance che giudicherei non esattamente in linea con i pensieri di cui sopra:
- Certo, ti aspetto qui fuori e mi raggiungi fra mezz’oretta?
Mi guarda, la guardo, ci guardiamo, poi la sua espressione comincia a deformarsi. Sento una specie di tensione, imbarazzo, come se fossi stato io il Signor Fuori Luogo a invitarla a seguirmi in questa folle impresa. Chiara ride imbarazzata, e poi:
- Ma no, su Instagram intendo!!!
E niente, i pantaloncini da ciclismo top di gamma non mi reggono più nemmeno i coglioni.

