Nepal, maggio inoltrato. Io, Lee e Molly andiamo in esplorazione al tempio di Pashupatinath, sulle rive del fiume Bagmati, a est di Kathmandu. È qui, in uno dei più sacri e importanti tempi induisti, che si celebrano i riti funebri di cremazione dei defunti.
Il posto dei morti non è un luogo lugubre come lo sono i cimiteri. Il culto dei morti è completamente diverso, qui in oriente. Non ci sono vestiti neri, facce tristi, lacrime a fiotti e condoglianze. Il posto dei morti è vivo e colorato. Non aleggia quell’odore di morte, amarezza e irreversibilità. Eppure, ci bruciano i defunti, così, a cielo aperto. Poi gettano le ceneri nel fiume color caffelatte. Non è proprio caffelatte, è un po’ più scuro. Sembra più tè nero con aggiunta di appena qualche goccia di latte, un po’ slavato.
L’ingresso costa 1000 rupie nepalesi, ma Lee ci fa entrare da dove entra la gente del posto. Una signora sulla sessantina che arranca su per le scale accanto a me mi afferra il braccio con forza per darsi sostegno. La guardo spiazzata, cerco di aiutarla, e lei mi parla nella sua lingua; se ho capito bene il linguaggio universale, mi sta dicendo che ha qualche problema alle ginocchia (A chi lo dice, signora!) e mi fa “grazie” con gli occhi.

La scalinata ci porta in cima a un grande spiazzo di verde popolato di persone, scimmie, cani randagi e vacche. Poi troviamo un cancelletto, aperto, e cominciamo a scendere verso il fiume. Questo posto mi sa di India. Una scimmia grandicella vede il sacchetto che sto tenendo in mano e capisce tutto. Lei sa. Sa che contiene aloo paratha e dahi.
Mi guarda con fare minaccioso e con un certo interesse. Mi affretto a infilare il tutto nella borsa alla meno peggio. Scendo le scale, che somigliano più a pietre barcollanti rovesciate disordinatamente sul pendio, lasciandomi avvolgere dalla densa atmosfera fumosa.
Il fiume Bagmati scorre sotto di noi. Continuiamo a camminare, piano. C’è qualcosa di magico nell’aria nepalese che non ti permette di affrettarti e che ti sintonizza, quasi forzatamente, su una frequenza di dolcissima imperturbabilità. Veniamo accolti da una scimmia adulta in una gabbia non più alta di due metri. Non sembra serena. Ci guardiamo. Lei mi scruta con occhi grandi, tristi e bellicosi, addentando una sbarra per dare sfogo alla rassegnazione.
Un uomo che se ne sta seduto lì accanto ci spiega che l’hanno trasferita lì da poco, prima stava in quell’altra gabbia lì accanto, sì, proprio quella, minuscola per uno scimmione così. Mordeva la gente. È rimasta lì dentro per sette anni. Sette l u n g h i s s i m i anni di scimmia. Poi le hanno fatto l’upgrade, e che upgrade! Guardo ancora una volta la scimmiona. Ora che ho fatto questi pensieri mi sembra ancora più triste. Andiamo avanti per la nostra strada, addentrandoci sempre di più nel posto dei morti.
Sembrerebbe di scendere i gradini che portano giù all’Inferno, se l’atmosfera non fosse così tremendamente serena, colorata e se non splendesse il sole. C’è un odore strano che che non ho mai sentito. Forse è questo l’odore dei morti che bruciano. Pensavo peggio. Vediamo il fuoco da lontano, mentre il fumo ci circonda, avvolgendoci in un gelido abbraccio.
Ci avviciniamo alle pire funerarie, separate l’una dall’altra dagli scalini che scendono al fiume. Le chiamano ghat, e sono divise in settori a seconda dell’importanza di chi verrà cremato. Un uomo è in acqua, immerso fino alle ginocchia, intento a spostare le dune di cenere e resti che vengono buttati nel fiume per concludere la cerimonia. Più in là, su una pira funeraria, stanno bruciando un corpo.
Fra fumo e fiamme intravedo un corpo, con le budella che si arricciano su se stesse per effetto della combustione. Non riesco a smettere di guardare, è un’esperienza a tutto tondo in cui non riesco nemmeno veramente a pensare a nulla, siamo solo io e i miei occhi, il cervello momentaneamente in pausa. Quando finalmente riesco a staccare gli occhi, cercando di mantenere un minimo di contegno e di non mostrare quanto sono scioccata, mi volto a guardare i parenti e gli amici del defunto. Sono seduti su una lunga panca, tranquilli, praticamente impassibili.
Ricambiano lo sguardo e sembrano più interessati al passaggio di noi uomini bianchi che alla cremazione dei cari. Quella è normale, per loro. Se anche avessi la bocca spalancata in una qualche smorfia di sorpresa, gli occhi sbarrati e il corpo tutto irrigidito, non potrei rendermene conto. Andiamo avanti. Un’altra pira funeraria. Un corpo che brucia. Le fiamme aprono in due un cranio davanti a me. Mi tocca fermarmi di nuovo. Le cervella scivolano fuori, lentamente, poi si fanno inghiottire dal fuoco. Questo è il posto dei morti.
Camminando verso l’uscita, verso la vita, verso la polverosa Kathmandu, non parliamo. Mi sento un po’ strana. Sento di voler rivedere le nostre tradizioni mortuarie, le fredde camere crematorie, i funerali piovosi e grigi dei film americani. Qui l’anniversario della morte lo chiamano “Liberation Day”…Venite a dare un'occhiata?

