Sono pazzi questi indiani!
È un miracolo se sono sopravvissuta al viaggio da New Delhi a (quasi) Rishikesh in taxi. Abbiamo tutti rischiato la vita. La strada dissestata col fiume sulla sinistra mi ha tolto un bel po’ d’anni di vita, ma non ho mostrato nessuna sorpresa, non ho lanciato nessun gridolino di paura. Ho osservato, morendo e rinascendo dentro, chilometro dopo chilometro.
L'India è più o meno come me l'ero immaginata leggendo Shantaram. La carreggiata è seminata di mucchi di terra, persone con drappi colorati e sacchi contenenti non so cosa. A volte, la strada semplicemente sparisce, lasciando enormi voragini pericolosissime se si viaggia a cento all’ora, sprezzanti del pericolo. Di limiti di velocità per strada non ne ho ancora visti. Elefanti, vacche, scimmie, sì. L’autista, Sonu, accelera come un forsennato anche quando vede venire auto, o peggio, camion, dal lato opposto, nonostante due veicoli passino giusto a pelo. La gente mi fissa come se fossi un raro pesce in un acquario, ma sono solo una ragazza bianca in un taxi bianco. Dei bambini fanno il bagno in uno degli affluenti del Gange, che costeggia la strada ed è color cappuccino, ma senza la schiuma. Al posto della schiuma ci sono carcasse di spazzatura che si fanno trascinare inermi dalla corrente. Un’immagine triste, se accostata alla miriade di colori, odori e sorrisi che deliziano i sensi in questo paese.
Il mio tassista, da bravo indiano, suona il clacson all’impazzata, per intimare alla gente di spostarsi e alle macchine di fare attenzione, perché sta arrivando lui, il Re della Strada. Il bello è che qui sono tutti Re della Strada. Non c’è subordinazione, non esiste precedenza. Mi chiedo se il clacson non si senta spossato dopo qualche minuto sulle strade indiane. Mi chiedo se ci sia un vero criterio, o se sia per lo più casuale. Da quando abbiamo lasciato Delhi non ho visto un semaforo, non un cartello che non fosse di indicazioni stradali.
È tutto sporco, decadente, trascurato, eppure non riesco a smettere di guardare. Guardo le donne, magnifiche nell’eleganza dei loro sari coloratissimi, i banchetti con cibo di strada, le santissime vacche, il traffico. Tutto ricoperto da una patina di smog e polvere, tutto contornato da un’atmosfera stranamente fatata. C’è gente che piscia sul ciglio della strada, poco distante da yogi a torso nudo con barbe lunghe e facce pacifiche.
Il tassista comincia a lamentarsi che è stanco e che c’è troppo traffico. Mi propone di prendere un bus o un tuk-tuk per il resto del viaggio, in modo che lui possa cominciare a tornare a Delhi. In effetti siamo bloccati in un traffico terribile, mai visto niente di simile. Ci muoviamo di qualche centimetro appena, cercando un po’ di spazio d’azione. Le macchine cominciano addirittura a uscire dalla carreggiata per cercare di spostarsi più velocemente, e tutto si trasforma in un formicaio di motori, in un rally sulla sabbia. Ma nessuno sembra essere troppo stressato. Noi occidentali ci saremmo già spazientiti, avremmo come minimo bestemmiato, sbuffato o cambiato strada. Qui non c’è alternativa, le cose stanno così e basta. Non ho nessuna voglia di prendere altri mezzi per arrivare a Rishikesh, non mi sento proprio pronta a farlo con tutta la stanchezza che ho accumulato.
A un certo punto, però, mollo la presa. Sonu si offre di pagarmi la tratta. Dopotutto, si tratta un’avventura. Come rifiutare? Il mio lato umano (o ingenuo) ha la meglio, e un attimo dopo vengo spremuta in un tuk-tuk che è già decisamente troppo pieno. È chiaro che li fanno a misura d’indiano, visto che io vedo a malapena la strada perché la mia testa non ci sta. Siamo in tre seduti davanti, io con mezza gamba che sbuca sulla strada, tenendo lo zaino in cui ho messo tutta la mia vita con le mani e la tracolla che mi lacera il collo, in un caldo insopportabile. Come fa la gente a sentirsi sicura in un tuk-tuk? Ora sono ancora più esposta agli sguardi. Alcuni mi scrutano impassibili, qualcuno mi fa grandi sorrisi che paiono dire buona fortuna, goditi l’India. Ci proverò, grazie. Qualche ora prima, qualcuno mi ha detto: “If you’re organized, you will love India, if you’re not organized, you will hate it”. Cercherò di fare del mio meglio, ma devo ammettere che sono un po’ disorganizzata. Come imparare a organizzarmi in un paese così disorganizzato?
Il tizio seduto accanto a me ogni tanto mi guarda dallo specchio sopra il parabrezza, ma con molta meno insistenza rispetto agli altri. Poi il tuk-tuk si ferma, e capisco che siamo arrivati a Rishikesh. Autista e passeggeri parlano un po’ in hindi, poi lancio uno sguardo interrogativo perché non capisco se devo scendere. Mi tocca prendere un altro tuk-tuk che mi porti vicino a Tapovan per raggiungere la scuola. Ce n’è uno proprio davanti a me che mi chiede 200 rupie. Credo che sia troppo ma accetto. Questo tuk-tuk è tutto per me, mi siedo dietro e riesco addirittura ad allungare le gambe, un lusso incredibile che non mi aspettavo. La strada che porta a Tapovan è in salita e ancora una volta c’è un traffico assurdo. L’autista si lamenta, cercando di mollarmi in più punti. Cercando di non spazientirmi, gli dico che sono distrutta, il mio cellulare è morto, io pure, e non ho idea di come trovare la scuola. Gli chiedo di portarmi un po’ più su, dopotutto il patto era che mi portasse fino alla scuola.
Dopo questo incredibile tour de force, riesco a vedere la scuola davanti a me. Sto per gioire, svenire, piangere, urlare. Ce l’ho fatta, sono sopravvissuta.
Chissà, forse un giorno questi clacson diventeranno musica per le mie orecchie. Mi sembra quasi di sentirne il ritmo, le diverse tonalità.

